LA VASCA DELLE OTARIE

Le dimensioni della vasca delle otarie di Zoomarine – Fotografia di Rossana Ruggiero

Zoomarine non è solo delfini. All’interno della struttura infatti è stato costruito anche un piccolo padiglione, chiamato “Baia dei pinnipedi“, che “ospita” altri animali marini. Come è facile intuire, più che una baia, in realtà, si tratta di una serie di vasche che si susseguono una attaccata all’altra. Otarie, pinguini e foche trascorrono in queste vasche la loro vita, mentre i visitatori sfilano sulla passerella che attraversa quest’area.

Quella che vedete in questa fotografia è la vasca delle otarie. La dimensione è evidente e, osservandole mentre nuotano in superficie, si intuisce che tipo di vita hanno fatto fino a oggi. E quella che le attende.

Le otarie vivono in colonie e amano la velocità. Il nuoto rapido infatti, usato principalmente per cacciare, è parte integrante della vita di questi mammiferi, che dividono il loro tempo tra il mare e le spiagge rocciose. Quando abbiamo scattato questa fotografia, le due otarie nuotavano in tondo, come se giocassero a rincorrersi e forse è questa l’impressione che danno a molti visitatori. In realtà, crediamo che non sia necessario essere biologi marini per comprendere, già da questa fotografia, che pensare al gioco sia piuttosto ottimistico. Che a queste otarie manca un po’ più che qualcosa per avere una vita se non libera, per lo meno simile a quella che trascorrono in natura.

Quando mostriamo questi scatti, alcune persone che conoscono queste strutture solo per “sentito dire“, restano sorprese e ci chiedono se forse non stiamo omettendo qualcosa, visto che, ogni anno, migiaia di visitatori affollano questi luoghi, evidentemente senza dire nulla. Come è possibile, ci chiedono, che sia permesso tutto questo? In realtà non abbiamo una risposta unica e definitiva. Le motivazioni sono molte. Ma possiamo garantire che questa è la realtà e che non ci inventiamo nulla.

D’altra parte (tornate per un attimo, se volete, a guardare questa fotografia) che interesse ci sarebbe a “inventare” qualcosa, quando si parla di luoghi come i delfinari?

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IL DELFINO SPIAGGIATO

Zoomarine – Fotografia di Francesco Cortonesi

Questa fotografia è stata scattata a Zoomarine e mostra un comportamento piuttosto anomalo di uno dei delfini che si trovano all’interno della struttura. Il delfino è “spiaggiato” nella pedana che, solitamente, viene utlizzata per la foto ricordo da fare con i visitatori. Sullo sfondo, dietro alle tre palme a brodo vasca, si nota infatti la gigantografia di una spieggia caraibica che serve per rendere lo scatto “tropicale“.

Come possiamo vedere però, non c’è alcun visitatore seduto sulla panchina davanti alla vasca e nessun fotografo a immortalare la scena. Il delfino si è quindi “spiaggiato” da solo, senza obbedire ad alcun comando. Questi comportamenti non sono così rari nei delfinari.

Nel 2016, ad esempio, un video che mostrava l’orca Morgan (detenuta nel delfinario delle Canarie “Loro Parque”) immobile su una pedana simile a questa, fece il giro del mondo (potete vedere il video qui).

All’epoca numerosi esperti sostennero che si trattasse di un tentativo di suicidio, mentre dal Loro Parque fecero sapere che il comportamento era da ritenersi “del tutto normale“.

Se è abbastanza difficile comprovare la tesi del suicidio, non c’è alcun dubbio sul fatto che le immagini di Morgan, così come quella che vedete qui, siano comunque inquietanti. D’altra parte, se anche si trattasse di un gioco che il delfino mette in atto, come può non fare tristezza questa immagine?

Un delfino, recluso a vita in una vasca, si arena su una pedana di cemento a lato di una parete di cartone che riproduce la battigia dei Caraibi dove, di lì a qualche ora, alcuni turisti si siederanno per farsi fotografare, insieme al delfino, facendo finta di non trovarsi a qualche chilometro dal centro di Roma dentro a una piscina, ma in qualche bella spiaggia a Guadalupa o Porto Rico….

LA TARTARUGA DIETRO AL VETRO

La tartaruga dell’acquario di Genova – Fotografia di Francesco Cortonesi

Abbiamo scattato questa fotografia nel 2018 all’acquario di Genova. Ci mostra una tarataruga marina (Caretta caretta) che sembra osservare, con disappunto e tristezza, due turiste che la riprendono con i loro telefonini. Questa tartatuga si chiama Elica ed è stata recuperata nel porto di Genova nel 2014. Le ferite, riportate dall’impatto con un natante, erano tali che non poteva essere rimessa immediatamente in libertà. “Temporaneamente”, così dice il cartello a bordo vasca, è stata quindi portata all’acquario di Genova, in attesa della guarigione. E quindi di riprendere il largo.

Nonostante sia evidente che la cicatrizzazione del carapace è regolarmente avvenuta, Elica, nel 2018, cioè ben 4 anni dopo, si trovava ancora dentro all’acquario. Certo, è plausibile che le sue condizioni di salute non siano migliorate come previsto e che quindi sia impossibile rimetterla in libertà. D’altra parte però è anche ipotizzabile (perché accaduto più volte in altre strutture) che la tartaruga non venga ormai rilasciata essendo considerata un'”attrazione” di rilievo, oltre che un buon modo per cercare di convincere i visitatori sulla missione e l’importanza di acquari e delfinari.

Non sta a noi stabilire come stiano realmente le cose riguardo a Elica, ciò che però possiamo dire in merito è che questa tartaruga, a quanto pare, è l’unico animale “incidentato” presente a Genova. Tutti gli altri sono quindi animali perfettamente sani, costretti a vivere dentro piccole vasche che limitano fortemente la loro natura.

I visitatori sembrano rendersi poco conto di questo e fotografano sorridendo tutti gli animali, incapaci di percepire quanto possa essere ingiusto chiudere uno squalo in una stanza di cristallo. Lo sguardo di Elica, in questa fotografia, ci ha colpito e ci è sembrato eloquente. Probabilmente sarebbe in questo modo che tutti pesci dell’acqaurio ci guarderebbero, se avessero una mimica facciale sufficiente a far trasparire il loro stato d’animo.

IL TUFFO NELLA VASCA

Delfino dell’acqario di Genova -Fotografia di Francesco Cortonesi

Abbiamo scattato questa fotografia l’estate scorsa all’acquario di Genova. È una fotografia molto semplice e chiunque, senza bisogno di molte spiegazioni, dovrebbe subito comprendere quanto tutto il contesto sia in qualche modo “stridente”. D’altra parte un deflino che è costretto a tuffarsi in ua vasca dovrebbe mettere male a prescindere.

Comunque. I pannelli di vetro dove appoggiano i gomiti gli spettatori, le reti che circondano la struttura, i palazzi e le barche sullo sfondo, il gazebo sul bordo e naturalmente le dimensioni del piano vasca che si intuiscono, anche se questo è inquadrato solo parzialmente. Non è tutto molto, troppo, “circoscritto”?

Poi c’è il delfino. Il suo tuffo, almeno a noi, non trasmette alcuna gioia. Quello che lo circonda è così lontano dall’idea che abbiamo di mare, che non c’è nulla che ci affascina. Anzi, come dicevamo sopra, ci deprime.

Questa vasca, inaugurata il 31 marzo 2013 con i suoi tanto strombrazzati 23 metri di altezza, 94 di lunghezza, 30 di larghezza e 3200 metri cubi di volume, è considerata l’attrazione principale dell’intero acquario e, secondo quanto dichiarato ufficialmente, può ospitare fino a nove delfini. Costata ben 26 milioni di Euro (di cui 9 milioni di contributo pubblico, residuale dalle Colombiane del ’92), è nata da un progetto ideato da Renzo Piano e sulla carta inganna molto facilmente le persone, passando per un’opera unica e monumentale.

Che non è.

Questa vasca, non solo è stata “venduta” al pubblico utlizzando l’immagine del “palazzo di sette piani” (come se “sette piani” fossero una cifra ragguardevole per un delfino che può immergersi fino a 400 metri) ma molto si è spinto anche sulla firma “autorevole” che l’avrebbe progettata, come se questa fosse garanzia di benessere. Non tutti infatti riescono, leggendone le caratteristiche, a rendersi immediatamente conto che 94 metri di lunghezza sono meno di due piscine olimpioniche e che 30 metri di larghezza sono poco più della larghezza di un normale impianto per appassionati nuotatori (umani) cittadini.

Riuscite a immaginare 9 (nove) delfini, che pesano introno ai 350 kg e nuotano a una velocità di 30 km orari, per circa 100 km al giorno, che trascorreranno l’intera loro vita qui dentro? In questa buca??

Ha senso?

IL BACIO DELLA FOCA

Zoomarine: Vasca delle foche – Fotografia di Rossana Ruggiero


Questa fotografia, scattata dalla nostra fotografa Rossana Ruggero la scorsa estate nel delfinario di Zoomarine (Roma), ci mostra una delle principali attrazioni che la struttura offre ai visitatori: il bagno con le foche.

Mentre eravamo lì, questa specie di bacio di Giuda al contrario è stato ripetuto una decina di volte, tante quanti erano i partecipanti a questo supplemento. Nel frattempo molte persone, assiepate alla balaustra che separava la vasca dal corridoio di osservazione, continuavano ad applaudire a ogni bacio, come se fosse sempre il primo. Queste persone sembravano non rendersi conto della ripetitività del gesto, parevano convinte che il bacio fosse spontaneo e divertente. In effetti tutto, nei delfinari, cerca di spingere in questa direzione. I tuffi dei delfini, i bagni dei pinguini e, appunto, i baci delle foche sono ammantati da un’aurea di divertimento. La musica diffusa dagli altoparlanti è la colonna sonora ideale della più gioiosa spensieratezza.

Attaccato alla balaustra, da dove abbiamo scattato questa fotografia, un cartello riporta alcune informazioni sulle foche. In realtà non dice nulla sulla loro natura e su come vivano allo stato selvaggio, ma precisa che queste foche sono nate in cattività, quasi fosse una garanzia della spontaneità del bacio.

Le foche, come è facile intuire, in realtà sono spinte a compiere questa azione dalla promessa del cibo. Una sorta di “ricatto” che viene spesso definito “rinforzo positivo“. Non c’è nulla di naturale in tutto questo eppure le persone sembrano credere il contrario. Chiedersi perché abbiamo bisogno di sottomettere questi animali, fino a indurli a mostrarci affetto a comando, è una domanda che tutti noi dovremmo farci. Quasi che la nostra percezione positiva nei loro confronti fosse unicamente legata a quanto loro sanno darci, naturalmente senza ricevere altrettanto in cambio.

Queste foche infatti sono condannate a vivere in piccole vasche per tutta la vita, accudite principalmente perché, da sole, in quelle condizioni non potrebbero sopravvivere. Ma allora che razza di scambio è mai questo? Come non c’è nessun bacio spontaneo, così non ci può essere vera empatia disinteressata.

Tutto si gioca sul “dare e avere”.

Naturalmente solo ed esclusivamente a nostro favore.

“HAI MAI VISTO UNA VASCA VUOTA?” LA STORIA DEL DELFINARIO DI TEL AVIV

Ex delfinario di Tel Aviv – Fotografia proveniente dal web

Negli ultimi mesi numerose riviste occidentali hanno parlato di questo ex delfinario, luogo simbolo dei giovani israeliani. Nel corso degli anni la vasca in cemento, ormai abbandonata, è stata infatti una famosa scuola di surf e una celebre discoteca, teatro purtroppo, di un micidiale attentato terroristico nel 2001 che è costato la vita a 21 adolescenti. Successivamente è divenuta una specie di monumento “underground” per i graffitari. Oggi è al centro di una polemica piuttosto accesa, perché alcune associazioni vorrebbero conservare l’impianto e riqualificarlo. Questo delfinario si trova a Tel Aviv ed è stato chiuso alla fine degli anni 80, ma solo quest’anno è ufficialmente iniziato il suo smantellamento.

Abbiamo scelto questa fotografia (utilizzata da molti media europei per raccontare tutta un’altra vicenda che ha ben poco a che fare con i delfini) perché riteniamo che la storia del delfinario di Tel Aviv sia comunque abbastanza “esemplare”. 

Nel corso delle nostre indagini infatti, ci siamo accorti di come i visitatori spesso tendano a credere che i delfinari siano opere pubbliche gestite e controllate dallo Stato.

Quasi tutti i delfinari invece sono privati. Così come era privato questo.

Nel 1980 fu l’impreditore Zvi Efron a decidere di costruire qui un imponente complesso commerciale e di intrattenimento. Efron riuscì a reclutare un gruppo di investitori ebrei provenienti da tutto il mondo che affittarono l’area di 18 ettari per “ospitare” delfini, squali e pesci catturati nel Sinai o importati dagli Stati Uniti e dall’estero. Le gradinate erano in grado di ospitare 1.200 spettatori che in breve tempo invasero il luogo per vedere i delfini dagli spalti o da una parete di vetro che si trovava nel seminterrato. I delfini fuorno chiamati come i giocatori di basket del Maccabi Tel Aviv.

Nel 1985, cinque anni dopo l’apertura, il delfinario entrò in crisi, ma non per mancanza di spettatori. I soldi con cui era stato realizzato provenivano in buona parte dalla mafia che iniziò a pretendere interessi troppo alti. I proprietari originari, spaventati, dopo aver cercato senza successo nuovi acquirenti, preferirono abbandonare il progetto e chiudere i battenti.

L’acquario venne svuotato in pochi giorni. Alcuni dei delfini furono trasferiti al Luna Park e morirono qualche mese dopo. A quel punto si decise di trasferire gli altri negli Stati Uniti, ma neppure loro riuscirono a sopravvivere.

La fotografia ci mostra quanto sia davvero impressionante una delle vasche senza acqua.

Ci si rende infatti perfettamente conto delle dimensioni estremamente ridotte. E anche se si considera che, generalmente, i delfinari sono costituiti da tre vasche di questo tipo (una per le esibizioni, una per il riposo e una per le pause) per altro quasi sempre aperte solo parzialmente, la cosa non cambia di sostanza.

Se mai fosse necessario ribadirlo, i delfini dei delfinari sono costretti a vivere in luoghi molto simili a questo.

Nel corso della nostra indagine siamo rimasti veramente scioccati da quanto piccole appaiano le vasce una volta che ci si trova sul bordo. Come possono così tante persone convincersi che per dei delfini sia accetabile trascorrere l’intera vita qui dentro?

Questi luoghi vengono esclusivamente costruiti per business e, nonostante spesso le società che li gestiscono si sgolino per dichiarare il contrario, non c’è nulla che possa far minimamente pensare a un qualche legame affettivo con i delfini che vengono esibiti.



QUANTI DELFINI VENGONO CATTURATI A TAIJI?

Immagine realizzata dal Dolphin Project

Ogni anno, a TAIJI, centinaia di delfini vengono catturati o uccisi. Questa lista mostra la quota dei delfini che i pescatori potevano catturare (e hanno catturato) nell’anno appena trascorso.

Dal 2010 Taiji, una anonima cittadina giapponese, è divenuta famigerata in tutto il mondo dopo che il documentario The Cove ha mostrato a milioni di persone cosa accade nella baia. Ogni anno, da settembre a marzo, migliaia di delfini vengono uccisi e centinaia catturati per poi essere venduti ai delfinari. Il Giappone ha preso molto male la cosa e ha accusato di razzismo i paesi, Usa in testa, che hanno condannato questa pesca.

Per quanto ci riguarda in buona parte, in questo caso, i giapponesi hanno ragione.
Questi paesi, infatti, non sembrano impegnarsi così tanto nel cercare di salvaguardare gli animali. 

D’altra parte molte persone in tutto il mondo continuano a condannare i giapponesi per quello che fanno alle balene e i delfini, ma curiosamente sembrano dimenticare del tutto quello che accade negli allevamenti e nei mattatoi che li circondano. A volte queste stesse persone accusano tutti i giapponesi di essere dei criminali e capita perfino che augurino terremoti, tsunami e bombe atomiche.
È una cosa che ci fa vergognare molto.

Questi delfini, così come tutti quelli che li seguiranno e quelli che li hanno preceduti, meritano senza dubbio di meglio. Dobbiamo assolutamente fermare ciò che avviene a Taiji, è sconvolgente quello che viene fatto a questi animali. 
Ma personalmente rifiutiamo di accettare che, tra quelli che cercano di fermare tutto questo, ci siano attivisti che non sono vegan e antispecisti, attivisti che non lottano anche per difendere gli animali che vengono uccisi intorno a loro. Attivisti che vogliono solo puntare il dito contro il Giappone ma si rifiutano di guardare ciò che accade a casa loro.

Guardando le fotografie dei delfini che provengono da Taiji, delfini così terribilmente prigionieri, fuori dall’acqua, adagiati in una barchetta, maneggiati come oggetti da persone senza scrupoli, ci rendiamo conto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa è una lotta che non può prevedere mezzi termini o idee relative. 

Anche per questo crediamo che nessuna associazione impegnata in queste battaglie dovrebbe tollerare al suo interno attivisti non vegan o addirittura razzisti.
Nessuna.