IL BACIO DELLA FOCA




Questa fotografia, scattata dalla nostra fotografa Rossana Ruggero la scorsa estate nel delfinario di Zoomarine (Roma), ci mostra una delle principali attrazioni che la struttura offre ai visitatori: il bagno con le foche.

Mentre eravamo lì, questa specie di bacio di Giuda al contrario è stato ripetuto una decina di volte, tante quanti erano i partecipanti a questo supplemento. Nel frattempo molte persone, assiepate alla balaustra che separava la vasca dal corridoio di osservazione, continuavano ad applaudire a ogni bacio, come se fosse sempre il primo. Queste persone sembravano non rendersi conto della ripetitività del gesto, parevano convinte che il bacio fosse spontaneo e divertente. In effetti tutto, nei delfinari, cerca di spingere in questa direzione. I tuffi dei delfini, i bagni dei pinguini e, appunto, i baci delle foche sono ammantati da un’aurea di divertimento. La musica diffusa dagli altoparlanti è la colonna sonora ideale della più gioiosa spensieratezza.

Attaccato alla balaustra, da dove abbiamo scattato questa fotografia, un cartello riporta alcune informazioni sulle foche. In realtà non dice nulla sulla loro natura e su come vivano allo stato selvaggio, ma precisa che queste foche sono nate in cattività, quasi fosse una garanzia della spontaneità del bacio.

Le foche, come è facile intuire, in realtà sono spinte a compiere questa azione dalla promessa del cibo. Una sorta di “ricatto” che viene spesso definito “rinforzo positivo“. Non c’è nulla di naturale in tutto questo eppure le persone sembrano credere il contrario. Chiedersi perché abbiamo bisogno di sottomettere questi animali, fino a indurli a mostrarci affetto a comando, è una domanda che tutti noi dovremmo farci. Quasi che la nostra percezione positiva nei loro confronti fosse unicamente legata a quanto loro sanno darci, naturalmente senza ricevere altrettanto in cambio.

Queste foche infatti sono condannate a vivere in piccole vasche per tutta la vita, accudite principalmente perché, da sole, in quelle condizioni non potrebbero sopravvivere. Ma allora che razza di scambio è mai questo? Come non c’è nessun bacio spontaneo, così non ci può essere vera empatia disinteressata.

Tutto si gioca sul “dare e avere”.

Naturalmente solo ed esclusivamente a nostro favore.

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“HAI MAI VISTO UNA VASCA VUOTA?” LA STORIA DEL DELFINARIO DI TEL AVIV

Negli ultimi mesi numerose riviste occidentali hanno parlato di questo ex delfinario, luogo simbolo dei giovani israeliani. Nel corso degli anni la vasca in cemento, ormai abbandonata, è stata infatti una famosa scuola di surf e una celebre discoteca, teatro purtroppo, di un micidiale attentato terroristico nel 2001 che è costato la vita a 21 adolescenti. Successivamente è divenuta una specie di monumento “underground” per i graffitari. Oggi è al centro di una polemica piuttosto accesa, perché alcune associazioni vorrebbero conservare l’impianto e riqualificarlo. Questo delfinario si trova a Tel Aviv ed è stato chiuso alla fine degli anni 80, ma solo quest’anno è ufficialmente iniziato il suo smantellamento.

Abbiamo scelto questa fotografia (utilizzata da molti media europei per raccontare tutta un’altra vicenda che ha ben poco a che fare con i delfini) perché riteniamo che la storia del delfinario di Tel Aviv sia comunque abbastanza “esemplare”. 

Nel corso delle nostre indagini infatti, ci siamo accorti di come i visitatori spesso tendano a credere che i delfinari siano opere pubbliche gestite e controllate dallo Stato.

Quasi tutti i delfinari invece sono privati. Così come era privato questo.

Nel 1980 fu l’impreditore Zvi Efron a decidere di costruire qui un imponente complesso commerciale e di intrattenimento. Efron riuscì a reclutare un gruppo di investitori ebrei provenienti da tutto il mondo che affittarono l’area di 18 ettari per “ospitare” delfini, squali e pesci catturati nel Sinai o importati dagli Stati Uniti e dall’estero. Le gradinate erano in grado di ospitare 1.200 spettatori che in breve tempo invasero il luogo per vedere i delfini dagli spalti o da una parete di vetro che si trovava nel seminterrato. I delfini fuorno chiamati come i giocatori di basket del Maccabi Tel Aviv.

Nel 1985, cinque anni dopo l’apertura, il delfinario entrò in crisi, ma non per mancanza di spettatori. I soldi con cui era stato realizzato provenivano in buona parte dalla mafia che iniziò a pretendere interessi troppo alti. I proprietari originari, spaventati, dopo aver cercato senza successo nuovi acquirenti, preferirono abbandonare il progetto e chiudere i battenti.

L’acquario venne svuotato in pochi giorni. Alcuni dei delfini furono trasferiti al Luna Park e morirono qualche mese dopo. A quel punto si decise di trasferire gli altri negli Stati Uniti, ma neppure loro riuscirono a sopravvivere.

La fotografia ci mostra quanto sia davvero impressionante una delle vasche senza acqua.

Ci si rende infatti perfettamente conto delle dimensioni estremamente ridotte. E anche se si considera che, generalmente, i delfinari sono costituiti da tre vasche di questo tipo (una per le esibizioni, una per il riposo e una per le pause) per altro quasi sempre aperte solo parzialmente, la cosa non cambia di sostanza.

Se mai fosse necessario ribadirlo, i delfini dei delfinari sono costretti a vivere in luoghi molto simili a questo.

Nel corso della nostra indagine siamo rimasti veramente scioccati da quanto piccole appaiano le vasce una volta che ci si trova sul bordo. Come possono così tante persone convincersi che per dei delfini sia accetabile trascorrere l’intera vita qui dentro?

Questi luoghi vengono esclusivamente costruiti per business e, nonostante spesso le società che li gestiscono si sgolino per dichiarare il contrario, non c’è nulla che possa far minimamente pensare a un qualche legame affettivo con i delfini che vengono esibiti.



QUANTI DELFINI VENGONO CATTURATI A TAIJI?

Ogni anno, a TAIJI, centinaia di delfini vengono catturati o uccisi. Questa lista mostra la quota dei delfini che i pescatori potevano catturare (e hanno catturato) nell’anno appena trascorso.

Dal 2010 Taiji, una anonima cittadina giapponese, è divenuta famigerata in tutto il mondo dopo che il documentario The Cove ha mostrato a milioni di persone cosa accade nella baia. Ogni anno, da settembre a marzo, migliaia di delfini vengono uccisi e centinaia catturati per poi essere venduti ai delfinari. Il Giappone ha preso molto male la cosa e ha accusato di razzismo i paesi, Usa in testa, che hanno condannato questa pesca.

Per quanto ci riguarda in buona parte, in questo caso, i giapponesi hanno ragione.
Questi paesi, infatti, non sembrano impegnarsi così tanto nel cercare di salvaguardare gli animali. 

D’altra parte molte persone in tutto il mondo continuano a condannare i giapponesi per quello che fanno alle balene e i delfini, ma curiosamente sembrano dimenticare del tutto quello che accade negli allevamenti e nei mattatoi che li circondano. A volte queste stesse persone accusano tutti i giapponesi di essere dei criminali e capita perfino che augurino terremoti, tsunami e bombe atomiche.
È una cosa che ci fa vergognare molto.

Questi delfini, così come tutti quelli che li seguiranno e quelli che li hanno preceduti, meritano senza dubbio di meglio. Dobbiamo assolutamente fermare ciò che avviene a Taiji, è sconvolgente quello che viene fatto a questi animali. 
Ma personalmente rifiutiamo di accettare che, tra quelli che cercano di fermare tutto questo, ci siano attivisti che non sono vegan e antispecisti, attivisti che non lottano anche per difendere gli animali che vengono uccisi intorno a loro. Attivisti che vogliono solo puntare il dito contro il Giappone ma si rifiutano di guardare ciò che accade a casa loro.

Guardando le fotografie dei delfini che provengono da Taiji, delfini così terribilmente prigionieri, fuori dall’acqua, adagiati in una barchetta, maneggiati come oggetti da persone senza scrupoli, ci rendiamo conto, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che questa è una lotta che non può prevedere mezzi termini o idee relative. 

Anche per questo crediamo che nessuna associazione impegnata in queste battaglie dovrebbe tollerare al suo interno attivisti non vegan o addirittura razzisti.
Nessuna.

ACCAREZZARE I DELFINI

Zoomarine (Roma). Luglio 2018. 

Questa fotografia ci mostra l'”Esperienza di Sensibilizzazione con i delfini.” O almeno così la si definisce a Zoomarine. Secondo i gestori infatti si tratta di “un programma che ha come obiettivo far conoscere i delfini ed educare il nostro pubblico a preservarli. Permette di entrare in vasca con i delfini accarezzarli e conoscerli in compagnia dei nostri addestratori e degli specialisti in mammiferi marini.”

In Italia questa pratica è sempre stata sostanzialmente vietata.

Fino allo scorso anno Zoomarine offriva infatti ai visitatori, per 150 euro a testa, la possibilità di partecipare al programma con una sessione pratica direttamente in vasca, ma senza toccare i cetacei. Con la modifica di alcuni paragrafi della direttiva 1999/22/CE, avvenuta il 1 gennaio del 2018 però, si è arrivati a cambiare registro: il nuoto con i delfini è permesso ai non addetti ai lavori in ambiente controllato.

Ovvero, che te lo dico a fare, nei delfinari.

Quando abbiamo scattato questa fotografia, la sessione di interazione tra esseri umani e delfini era appena iniziata. Sapevamo che sarebbe durata circa 1 ora, un tempo sufficiente, credevamo, per poter fare molti scatti senza troppa difficoltà. Ma non ci si può rendere bene conto di quanto possano essere lunghi 60 minuti di “touch and go”. Non se non ci si assiste davvero. I due delfini sono infatti andati avanti e indietro ininterrottamente, mentre le persone che partecipavano all’esperienza non risparmiavano certo le “carezze”.

Sembrava non finire mai.

Ad un certo punto ci siamo fermati. Quelle “carezze” erano diventate talmente ripetitive che ci siamo chiesti se alla fine della giornata la pelle dei delfini non ne sarebbe uscita consumata. Nonostante questo però non provavamo alcun rancore nei confronti di quelle persone. I delfinari hanno la capacità di farti sembrare la reclusione perfettamente naturale. L’atmosfera è costantemente “divertente”. I delfini vengono considerati “amici”.

D’altra parte accarezzare i delfini è da sempre un sogno nel cassetto per moltissime persone. Alcune di queste riescono a realizzarlo. Ad esempio pagando una cinquantina di euro per toccare a comando un delfino che, nato in cattività, non vedrà mai il mare in vita sua.

Nel migliore dei casi ne sentirà a malapena parlare da qualche addestratore…

IL DELFINO CHE CI OSSERVA

Questa fotografia, scattata a Zoomarine (Roma) nel luglio del 2018 dalla nostra fotografa Rossana Ruggiero, ci mostra un delfino qualche istante dopo aver concluso l’esibizione.  Dopo il fischio finale il delfino si è avvicinato incuriosito al bordo vasca per osservarci. Ha appoggiato le pinne al vetro ed è rimasto alcuni minuti immobile, come ipnotizzato dalla nostra presenza.

Non sappiamo il suo nome, ma mentre lo fotografiamo impariamo a conoscere il suo sguardo. L’acqua è di un azzurro innaturale, facciamo davvero fatica a credere che un qualunque animale possa essere in grado di adattarsi a trascorrere l’intera vita in una piscina.

Ebbene, questo delfino lo farà.

I delfini, in natura, nuotano intorno ai 100 km al giorno e vivono in gruppi sociali generalmente di circa 15 individui. Vederne uno in una vasca di cemento è un’esperienza che non si dimentica facilmente. È un’immagine insensata. Illogica e crudele. Mentre, seduti, ci scambiamo sguardi con questo delfino, non possiamo fare a meno di chiederci come tutte le persone che in questo momento sono sulle gradinate accanto a noi, non riescano a rendersi conto di quanto questo contrasto sia stridente e deprimente. È provato, infatti, che la maggior parte di queste persone uscirà da questo delfinario con in testa l’idea di aver assistito a uno spettacolo magnifico.

Sono le stesse persone che, a volte, pubblicano sui social network  le immagini dei delfini che saltano fuori dalle onde? Che dicono di amare il mare?  Questo non lo sappiamo, ma siamo comunque sicuri che tutti, intorno a noi, sono assolutamente convinti di avere a cuore questi animali. Questa dissociazione ci confonde. Non riusciamo a farcene una ragione. Abbandoniamo gli spalti mentre il delfino è sempre al vetro. 

Ci voltiamo ancora una volta per un pugno al cuore.

È questa l’immagine che concordiamo di associare a questa fotografia.